Voci di Due Mondi

Nella nostra scuola abbiamo organizzato un’intervista con la Dott.ssa Laura Garavaglia, Presidentessa della Casa della Poesia di Como. “Voci di Due Mondi” è stato un evento unico che ha messo in dialogo la poesia coreana e italiana del XVI secolo.

Due poetesse, due rive lontane: Lee Okbong e Isabella di Morra nel Cinquecento

In una stanza della Corea di Joseon, una donna immagina che la propria anima esca di notte e percorra la strada verso la persona amata. Dall’altra parte del mondo, una giovane poetessa guarda dalla Basilicata verso la Francia, dove vivono suo padre e suo fratello. La prima è Lee Okbong. La seconda è Isabella di Morra.

Non si conobbero e scrissero entro tradizioni letterarie molto diverse. Accostarle, però, permette di ascoltare due modi di dare forma alla lontananza. Permette anche di osservare quali possibilità offrisse l’istruzione a una donna del Cinquecento, e dove quelle possibilità incontrassero un limite.

Lee Okbong: un sentiero percorso in sogno

Lee Okbong visse nel XVI secolo, durante la dinastia Joseon. Crebbe in una famiglia che le consentì di studiare e di sviluppare il proprio talento poetico. Nella società del suo tempo, tuttavia, la notorietà letteraria di una donna poteva entrare in conflitto con le aspettative che riguardavano il suo ruolo e la reputazione della famiglia.

Una delle sue poesie più conosciute, Monghon (夢魂, L’anima in sogno), comincia chiedendo notizie di una persona lontana. Poi il pensiero si sposta dalla stanza della poetessa alla strada davanti alla porta dell’altro. Se l’anima potesse lasciare impronte durante il sonno, immagina Okbong, quel sentiero di pietra sarebbe già diventato sabbia per quante volte lo ha percorso.

La forza dell’immagine sta nella sua concretezza. Non vediamo soltanto una donna che sente la mancanza di qualcuno. Vediamo la pietra consumarsi sotto passi impossibili da osservare. Il sogno lascia una traccia nel paesaggio e rende visibile un’attesa che, altrimenti, rimarrebbe nascosta.

Isabella di Morra: lo sguardo oltre Favale

Negli stessi decenni, Isabella di Morra viveva a Favale, l’odierna Valsinni, in Basilicata. Era nata in una famiglia nobile e aveva ricevuto un’istruzione letteraria. Suo padre Giovan Michele, coinvolto nelle lotte politiche per il Regno di Napoli, si era trasferito in Francia con il figlio Scipione. Isabella era rimasta nel feudo di famiglia.

Nelle sue poesie, Favale è un luogo sentito come isolato. Nel sonetto che si apre con «I fieri assalti di crudel Fortuna», Isabella parla della propria giovinezza che trascorre lontano dalle occasioni di studio, di incontro e di riconoscimento a cui aspirava. La Francia, dove vivevano il padre e il fratello, rappresentava per lei anche la speranza che la sua condizione potesse cambiare.

Se Okbong immagina di percorrere una strada in sogno, Isabella guarda verso un orizzonte che non riesce a raggiungere. Entrambe trasformano la distanza in poesia, ma lo fanno a partire da desideri differenti. Nei versi di Ok-bong la separazione ha soprattutto la forma di un’assenza affettiva; in quelli di Isabella si lega anche alla ricerca di un posto nel mondo letterario.

Quando i versi cercano un interlocutore

Un giorno, secondo un racconto tramandato sulla vita di Lee Okbong, una donna si rivolse a lei per chiedere aiuto. Suo marito era accusato di aver rubato un bue. Okbong compose una poesia conosciuta come Wiin songwon (爲人訟寃, Per lamentare l’ingiustizia subita da un’altra persona).

Nei versi, la donna descrive la propria povertà: usa un catino come specchio e l’acqua al posto dell’olio per pettinarsi. Poi Okbong richiama la leggenda di Jiknyeo e Gyeonwoo. Il gioco sul nome di Gyeonwoo, associato al bue, diventa un modo ingegnoso per contestare l’accusa. La poesia si rivolge così a una vicenda che riguarda altre persone. La tradizione biografica collega questo episodio a un conflitto tra Okbong e Jo Won, di cui era concubina, anche se non tutti i dettagli del racconto possono essere verificati.

Anche Isabella tentò di raggiungere qualcuno con i propri versi. Da Favale indirizzò un sonetto a Luigi Alamanni, poeta fiorentino che viveva alla corte di Francia. Non sappiamo se egli le rispose. Possiamo però leggere quel testo come il gesto di una scrittrice che cerca un interlocutore oltre l’ambiente in cui vive.

Le due poesie hanno scopi diversi: una interviene in una richiesta di aiuto, l’altra cerca uno scambio letterario. In entrambe, la scrittura prova a creare una relazione che le circostanze rendono difficile.

Ciò che sappiamo delle loro vite

La storia di Isabella ebbe una conclusione violenta. Nel 1545 o nel 1546, dopo aver scoperto una corrispondenza fra lei e il poeta Diego Sandoval de Castro, alcuni suoi fratelli uccisero Isabella e il suo precettore. In seguito assassinarono anche Sandoval. I fatti sono documentati; la natura del rapporto tra i due poeti, invece, non può essere stabilita con certezza.

Gli ultimi anni di Lee Okbong sono molto meno chiari. Una leggenda racconta che il suo corpo fu ritrovato sulla costa cinese, avvolto in fogli coperti di poesie. Il romanzo Okbong di Jang Jeong-hee dà a questa scena un ruolo importante. È un’immagine difficile da dimenticare: le parole accompagnano la poetessa fino alla fine e permettono che qualcuno la riconosca. Appartiene, però, al racconto tramandato su di lei, non a una ricostruzione certa della sua morte.

Questa differenza tra le fonti è importante. Conoscere la violenza subita da Isabella e le leggende nate intorno a Okbong non significa dover leggere ogni loro verso come una pagina di diario. Le poesie furono composte con attenzione alla lingua, alle immagini e agli interlocutori a cui erano rivolte.

Le parole che hanno attraversato i secoli

Di Isabella di Morra conserviamo tredici componimenti, pubblicati dopo la sua morte. Di Lee Okbong sono giunte fino a noi trentadue poesie, raccolte nell’appendice del Garim Sego, pubblicato nel 1704. Non sappiamo quanto altro possano aver scritto. Sappiamo che quei testi furono custoditi, copiati e infine consegnati a lettori lontani dal loro tempo.

È facile ricordare Isabella attraverso il castello di Favale e Okbong attraverso il sentiero percorso dall’anima. Le loro poesie ci chiedono di andare oltre queste immagini iniziali. Isabella cercò nella scrittura un riconoscimento che il suo isolamento rendeva difficile. Okbong diede forma all’attesa, ma seppe anche usare i versi per rispondere alla richiesta di un’altra donna.

A secoli di distanza, la pietra del sogno di Okbong e l’orizzonte osservato da Isabella ci accompagnano verso le loro opere. Sono le poesie, più delle leggende e delle tragedie biografiche, a permetterci di incontrarle come autrici.

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