
Le ceramiche coreane e la Restaurazione Meiji: una storia da guardare da entrambe le sponde del mare
Riflessioni sull’incontro con il giornalista e autore Cho Yong Jun, organizzato da PARLIAMO COREANO
Che cosa può raccontarci una porcellana sulla storia di due paesi? Durante l’incontro con il giornalista e autore Cho Yong Jun, siamo partiti proprio da questa domanda. Le immagini di vasi, ciotole e antichi forni ci hanno condotto dalla Corea del periodo Joseon al Giappone di Arita e Satsuma, fino alla Restaurazione Meiji.
Il titolo della conferenza, «La Restaurazione Meiji interroga Joseon», suggerisce un confronto. Nel XIX secolo il Giappone avviò un rapido processo di trasformazione politica e industriale. Joseon seguì un percorso diverso, mentre cresceva la pressione delle potenze straniere. Cho ci ha invitati a guardare più indietro: alcune delle attività artigianali e commerciali che contribuirono alla ricchezza giapponese avevano radici nella conoscenza portata da ceramisti coreani. Per comprenderlo, occorre tornare alle invasioni giapponesi della Corea alla fine del Cinquecento.
I ceramisti portati dalla Corea in Giappone
Le guerre del 1592–1598, conosciute in Corea come guerra Imjin, causarono enormi perdite umane e materiali. Tra le persone condotte in Giappone vi furono anche artigiani specializzati nella lavorazione della ceramica. I signori feudali giapponesi conoscevano il valore delle loro competenze e li impiegarono nei propri territori.
Nella lezione, Cho Yong Jun ha mostrato come questa vicenda possa essere osservata attraverso nomi e luoghi precisi. Uno dei protagonisti è Lee Sam-pyeong, legato alla nascita della produzione di porcellana ad Arita, nell’isola di Kyushu. In Giappone è ricordato come una figura fondamentale per la storia della ceramica locale. La sua memoria, però, ci pone una domanda: che cosa cambia nel racconto quando ricordiamo anche le circostanze della sua partenza dalla Corea?
L’attività dei ceramisti coreani contribuì allo sviluppo dei forni nella regione di Hizen. Quando nell’area di Arita fu individuata un’argilla adatta alla porcellana, esistevano già maestranze capaci di lavorarla e strutture per cuocerla. Da lì prese forma una produzione destinata a diventare celebre ben oltre il Giappone. Le porcellane viaggiavano attraverso il porto di Imari e raggiungevano anche i mercati europei.
Una tazza che oggi ammiriamo in un museo può quindi contenere molte storie insieme: l’abilità di chi l’ha realizzata, le scelte di un signore feudale, le rotte del commercio e l’esperienza di famiglie separate dalla guerra. Il valore artistico dell’oggetto non cancella la storia delle persone che ne resero possibile la produzione.
Baek Pa-seon e le famiglie dei forni
Un’altra figura presentata durante l’incontro è Baek Pa-seon, ceramista coreana la cui storia è legata a quella del marito Kim Tae-do. Le slide ripercorrono gli spostamenti della coppia e l’organizzazione di una produzione che coinvolse molti lavoratori. Parlare di lei è particolarmente interessante perché i racconti sulla ceramica tendono spesso a concentrarsi sui nomi dei maestri uomini e sui proprietari dei forni.
Un forno, invece, era il centro di una comunità di lavoro. Bisognava procurare l’argilla e prepararla, modellare gli oggetti, controllare la cottura e trasmettere le tecniche a chi sarebbe venuto dopo. Il sapere artigianale viveva nelle mani delle persone e nei rapporti tra generazioni. La vicenda di Baek Pa-seon ci aiuta a immaginare questa dimensione collettiva, oltre alla bellezza del singolo manufatto.
Durante la lezione abbiamo visto anche immagini di forni, lapidi e luoghi che conservano la memoria dei ceramisti. Sono tracce importanti: permettono di avvicinarci a persone che la grande storia rischia di lasciare sullo sfondo. Ci ricordano inoltre che la circolazione di una tecnica può nascere in circostanze molto diverse dallo scambio libero tra artisti.
Satsuma e una memoria coreana conservata in Giappone
Il percorso di Cho Yong Jun ci ha portati poi a Satsuma, un’altra regione giapponese conosciuta per la sua ceramica. Anche qui la produzione si sviluppò grazie al lavoro di ceramisti coreani arrivati dopo le invasioni. Tra i nomi ricordati nelle slide figurano Park Pyeong-ui e Shim Dang-gil, legati alle origini di questa tradizione.
Particolarmente significativa è la storia della famiglia Shim Su-gwan. Le immagini del suo forno e delle opere prodotte nelle generazioni successive mostrano una tradizione capace di rinnovarsi nel tempo. Le slide ricordano anche la conservazione, in una comunità di ceramisti di origine coreana, di elementi della lingua e delle usanze dei loro antenati. Vivere per generazioni in Giappone e custodire questa memoria furono esperienze che andarono insieme.
Nell’Ottocento le ceramiche Satsuma raggiunsero un pubblico internazionale. Un vaso decorato con peonie, attribuito alla dodicesima generazione Shim Su-gwan, compare nella lezione in relazione all’Esposizione universale di Vienna del 1873. Altri lavori furono presentati a Parigi nel 1900. Attraverso le esposizioni e il commercio, oggetti nati in forni locali entrarono nelle case e nelle collezioni di persone molto lontane.
Le fotografie delle porcellane esportate in Europa rendono visibile questa trasformazione. Decorazioni elaborate, colori e dorature rispondevano anche ai gusti dei compratori stranieri. La tradizione artigianale cambiava mentre incontrava nuovi mercati. Nello stesso tempo, il nome «Satsuma» diventava conosciuto nel mondo, mentre le origini coreane di parte delle sue maestranze erano meno evidenti a chi acquistava gli oggetti.
Dalle porcellane alla modernizzazione
Nella seconda parte della conferenza, le slide cambiano soggetto: compaiono cannoni, armi, navi e documenti diplomatici. All’inizio il passaggio può sorprendere. Che rapporto hanno questi oggetti con le porcellane?
Cho Yong Jun ci propone di considerare le ceramiche anche come una risorsa economica. La produzione e l’esportazione contribuirono alla prosperità di diversi centri giapponesi. La storia della modernizzazione, dunque, comprende anche quella delle attività artigianali sviluppate nei secoli precedenti. Le slide concludono il percorso di Arita con una frase che invita i suoi abitanti a ricordare il ruolo avuto dalle ceramiche nella ricchezza della loro comunità, fino a collegarla simbolicamente ai cannoni e alle navi da guerra.
È un’immagine efficace, da leggere con attenzione. Una singola industria non spiega da sola la Restaurazione Meiji: vi concorsero scelte politiche, riforme, nuove conoscenze e rapporti internazionali. La ceramica, però, permette di osservare un aspetto concreto di quella storia. Le trasformazioni di uno stato si appoggiano anche al lavoro accumulato nel tempo da artigiani e commercianti.
Nel 1868 ebbe inizio la Restaurazione Meiji. Solo tre anni dopo, nel 1871, il governo giapponese inviò in America e in Europa una grande delegazione, oggi nota come missione Iwakura. Ne facevano parte alti funzionari, accompagnatori e studenti. Il viaggio serviva a studiare le istituzioni, le tecnologie e le società dei paesi visitati. Le slide sottolineano la dimensione di questo impegno: il Giappone destinò persone e risorse all’osservazione diretta del mondo occidentale.
La domanda rivolta a Joseon
A questo punto la conferenza torna al proprio titolo: che cosa rappresentò la Restaurazione Meiji per la Corea di Joseon? Nelle ultime slide compare una stele che esprime il rifiuto delle potenze occidentali e dell’apertura imposta dall’esterno. La sua iscrizione testimonia quanto l’arrivo degli stranieri fosse percepito come una minaccia alla sovranità del paese.
Il confronto tra Giappone e Joseon richiede cautela. I due paesi avevano istituzioni, interessi e condizioni diverse. Sapere come proseguirono gli eventi non rende semplici le scelte di chi visse allora. La domanda posta da Cho è preziosa proprio perché ci spinge a osservare quelle decisioni nel loro contesto, senza dimenticare ciò che era accaduto prima tra i due paesi.
C’è infatti un legame storico che attraversa l’intera lezione. Il Giappone che nel XIX secolo cercava nuove tecnologie e nuovi mercati aveva già costruito, nei secoli precedenti, produzioni ceramiche alle quali avevano contribuito in modo decisivo artigiani provenienti dalla Corea. Dietro le opere celebrate come parte del patrimonio giapponese troviamo anche biografie coreane, segnate dalla guerra e poi inserite in una storia nuova.
Sono uscita dall’incontro con un modo diverso di guardare la ceramica. Ora, davanti a un vaso di Arita o di Satsuma, vorrei chiedermi chi abbia preparato l’argilla, chi abbia insegnato a usare il forno e come quel sapere sia arrivato fin lì. Una porcellana può essere bellissima. Conoscere la storia delle mani che l’hanno creata la rende anche una testimonianza da ascoltare.