Oltre il silenzio: la memoria delle “comfort women” in Corea

Si è svolto il 17 gennaio 2026, presso il centro culturale Parliamo Coreano, un incontro intenso e di grande valore culturale dedicato a una delle pagine più complesse e dolorose della storia dell’Asia del Novecento: quella delle comfort women. Al centro della riflessione non vi era soltanto la ricostruzione storica di un sistema di violenza sessuale istituzionalizzata in tempo di guerra, ma anche il significato che questa memoria continua ad assumere nel presente, nel rapporto tra storia, giustizia, dignità umana e dialogo tra culture.

Le relatrici intervenute hanno offerto chiavi di lettura storiche, sociali e simboliche, contribuendo a restituire complessità a un tema che non può essere ridotto a una sola controversia diplomatica tra Corea e Giappone. La vicenda delle comfort women, infatti, riguarda il passato coloniale e bellico dell’Asia orientale, ma interroga ancora oggi il modo in cui le società ricordano la violenza, ascoltano le vittime e affrontano le proprie responsabilità storiche.

Tra le molte ferite lasciate dall’occupazione giapponese della Corea, quella delle comfort women resta una delle più dolorose e controverse. Il termine deriva dal giapponese 軍慰安婦 (jūgun ianfu), in coreano 종군위안부 (jonggun wianbu), espressione traducibile come “donne di conforto al seguito dell’esercito”. Dietro a questa formula apparentemente neutra si nascondeva un sistema organizzato di sfruttamento sessuale in ambito militare, nel quale donne e ragazze venivano reclutate, ingannate, sequestrate o costrette a servire i soldati dell’esercito imperiale giapponese.

In Corea, la memoria delle comfort women non appartiene soltanto ai libri di storia. È ancora oggi visibile nello spazio pubblico, nelle manifestazioni, nei musei, nelle statue e nel linguaggio della politica. A Seoul, davanti all’ex ambasciata giapponese, la Statue of Peace rappresenta una giovane ragazza seduta, con lo sguardo fermo e una sedia vuota accanto a sé. Non è solo un monumento commemorativo, ma una presenza che ricorda chi ha subito la violenza, chi non è sopravvissuta, chi ha parlato troppo tardi e chi non ha mai potuto parlare.

Ma com’è nato questo sistema?

Il sistema delle comfort women nacque nel contesto dell’espansione militare giapponese e della guerra coloniale. La Corea, annessa formalmente al Giappone nel 1910, fu sottoposta per decenni a politiche di controllo politico, assimilazione culturale e sfruttamento economico. In questo quadro, molte donne coreane furono reclutate con l’inganno, attraverso intermediari, con pressioni economiche e sociali o con forme più dirette di coercizione. Alcune erano adolescenti. Molte provenivano da famiglie povere o da contesti in cui era estremamente difficile opporsi all’autorità coloniale e militare.

Vennero così create le cosiddette “stazioni di conforto”, strutture sottoposte a rigido controllo militare, in cui le donne erano sorvegliate e costrette a prestazioni sessuali obbligatorie e ripetute secondo regole stabilite dall’organizzazione militare. Avevano una libertà di movimento quasi inesistente e il loro corpo veniva trattato come una risorsa destinata al mantenimento del morale e dell’efficienza delle truppe. Anche i controlli sanitari, spesso presentati come misure per contenere le malattie veneree tra i soldati, erano orientati soprattutto alla tutela dei militari, non al benessere delle donne. Per questo, parlare di comfort women significa parlare non soltanto di guerra, ma anche di violenza di genere, dominio coloniale e negazione della dignità personale.

Ridurre la vicenda a una questione diplomatica tra Corea e Giappone sarebbe quindi insufficiente. Il tema riguarda prima di tutto il corpo delle donne in guerra, la violenza sessuale come strumento di dominio e la difficoltà, per le vittime, di essere riconosciute come tali. Dopo il 1945, infatti, molte sopravvissute non raccontarono immediatamente ciò che avevano vissuto. Il silenzio non fu solo individuale, ma anche sociale. La vergogna, lo stigma, la paura di non essere credute e la mancanza di uno spazio pubblico di ascolto contribuirono a rendere invisibile la loro esperienza per decenni.

Nel primo dopoguerra, il tema rimase a lungo ai margini della memoria pubblica. Questa assenza pesò sulla vita delle sopravvissute, costrette spesso a convivere non solo con il trauma, ma anche con l’incomprensione e il silenzio della società.

La svolta arrivò all’inizio degli anni Novanta, quando alcune sopravvissute iniziarono a testimoniare pubblicamente. In Corea del Sud, la voce di Kim Hak-sun ebbe un ruolo decisivo: il suo racconto rese impossibile continuare a trattare la vicenda come un dettaglio marginale della guerra. Da quel momento, ebbe origine un movimento civile fatto di testimonianze, richieste di scuse ufficiali, risarcimenti e riconoscimento storico e giuridico.

Nello stesso periodo, il lavoro di studiosi come Yoshiaki Yoshimi contribuì a riportare alla luce documenti militari giapponesi risalenti al periodo bellico, rafforzando la ricostruzione storica dell’esistenza di un sistema organizzato di “stazioni di conforto” e del coinvolgimento delle autorità militari.

Le manifestazioni del mercoledì, iniziate nel 1992 davanti all’ambasciata giapponese a Seoul, sono diventate uno dei simboli più forti di questa lotta. Settimana dopo settimana, sopravvissute, attiviste, studenti e cittadini hanno trasformato una protesta in un rituale civile della memoria, in cui non viene solo chiesta giustizia al Giappone, ma anche per educare le nuove generazioni e impedire che la violenza venga cancellata, minimizzata o relativizzata.

Sul piano diplomatico, la questione ha conosciuto momenti di apertura e nuove fratture. Nel 1993, il Kōno Statement riconobbe il coinvolgimento dell’esercito giapponese nella gestione delle “stazioni di conforto” e ammise che in molti casi il reclutamento delle donne avvenne contro la loro volontà.

Nel 1995 fu creato l’Asian Women’s Fund (AWS), pensato come forma di sostegno e riconoscimento morale nei confronti delle vittime. Tuttavia, per molte sopravvissute e associazioni, un risarcimento economico privo di un riconoscimento giuridico e politico adeguato da parte dello Stato giapponese non poteva bastare.

Negli anni successivi, la questione delle comfort women ha continuato a riemergere nei rapporti tra Giappone e Corea del Sud, anche attraverso sentenze di tribunali sudcoreani che hanno riconosciuto risarcimenti alle vittime o ai loro familiari. Queste decisioni hanno avuto un forte valore simbolico, ma la loro applicazione concreta resta complessa, perché si scontra con ostacoli legali, diplomatici e con il principio dell’immunità statale. Il divario tra giustizia giudiziaria e realpolitik internazionale rimane quindi uno dei punti più difficili della vicenda.

Oggi la questione delle comfort women è anche una corsa contro il tempo. Le sopravvissute sono sempre meno, e con loro scompare progressivamente la possibilità della testimonianza diretta, ma questo non significa dimenticare. Al contrario, quando i testimoni non ci sono più, la responsabilità passa agli archivi, alla scuola, alla ricerca storica, alla cultura visuale e alla società civile.

In Corea, le comfort women sono diventate un simbolo complesso. Sono vittime della violenza coloniale giapponese, ma anche figure di resistenza. Sono donne a cui per decenni è stato imposto il silenzio, ma che alla fine hanno trasformato la propria esperienza in una richiesta pubblica di verità. La loro storia obbliga a interrogarsi non solo sul passato della Corea, ma anche sul modo in cui le società ricordano la violenza, ascoltano le vittime e costruiscono giustizia dopo la guerra.

È stato ricordato, durante l’incontro, come anche l’arte e i simboli possano custodire la memoria, aprire spazi di verità e restituire dignità a chi ha sofferto. Monumenti, statue, testimonianze e iniziative educative non cancellano il trauma, ma impediscono che esso venga dimenticato. In questo senso, la memoria diventa non solo ricordo, ma impegno verso la dignità umana, ieri e oggi.

Parlare delle comfort women significa quindi parlare di memoria, ma anche di responsabilità. Significa chiedersi che cosa accade quando una violenza storica non viene pienamente riconosciuta, quando il linguaggio cerca di addolcirla, quando la diplomazia tenta di chiudere una ferita che le vittime sentono ancora aperta. La loro storia resta una delle prove più difficili del rapporto tra storia e giustizia: perché ricordare non basta, se il ricordo non diventa anche riconoscimento.

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